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Con il termine cittadinanza si definisce, dal punto di vista giuridico, l’appartenenza di una persona fisica a uno Stato, il cui ordinamento gli riconosce e garantisce diritti umani, civili e politici.
Il concetto di cittadinanza proviene dal diritto romano, in base al quale la capacità giuridica era riconosciuta solo a chi possedeva, insieme allo status di uomo libero, quello di cittadino romano. Nel corso della storia il concetto di cittadinanza e di cittadino si è evoluto e ampliato. Nel Seicento e nel Settecentofurono gettate le basi della moderna cittadinanza: il liberalista John Locke (1632-1704) sosteneva che gli uomini in quanto tali sono titolari di alcuni diritti naturali (il diritto alla vita, alla proprietà, alla libertà e all’uguaglianza), per garantire i quali essi devono formare una comunità basata su tranquillità e pace reciproca. Il primo documento che afferma solennemente i diritti inviolabili dell’uomo è la Dichiarazione d’indipendenza, approvata nel 1776 in America. Un’altra tappa fondamentale nella storia dei diritti umani è il 1789, quando l’Assemblea Nazionale francese approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: con essa per la prima volta in uno Stato europeo tutti i cittadini sono considerati liberi e uguali;inoltre, sono riconosciuti importanti diritti naturali quali la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione. Tuttavia, la Dichiarazione del 1789 non riconosceva la parità fra uomini e donne; queste ultime, infatti, non avevano il diritto di voto ed erano così escluse dalla vita politica.
Se è stato necessario molto tempo per arrivare all’affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo, altrettanto ne è stato impiegato per il conseguimento della parità tra uomo e donna. Nel passato le donne sono state sempre vittime di disuguaglianze sociali: non solo non potevano votare o essere elette, ma ricevevano paghe inferiori rispetto agli uomini. Le Costituzioni moderne hanno esteso i diritti anche alle donne, che vengono considerate allo stesso livello degli uomini.Tuttavia, ancora oggi, in alcuni paesi, la donna è considerata in uno stato inferiore ed è priva di diritti fondamentali, come quello allo studio, al voto e a molte libertà personali.
Con laDichiarazione universale dei diritti umani, approvata nel 1948 dalle Nazioni Unite e accettata da tutti gli Stati membri, si stabiliva il principio di universalità dei diritti, valida per i popoli di tutto il mondo.Oggi, infatti, la cittadinanza non è più solo nazionale, ovvero un rapporto giuridico che lega un cittadino al suo Stato, ma è diventata universale: come affermava Erasmo da Rotterdam nel Quattrocento, ogni uomo è cittadino del mondo. Si tratta di un concetto più ampio, che elimina i confini geografici e le differenze: la società odierna è una società globalizzata,aperta al dialogo e al contatto con le altre. Tuttavia, non è facile conciliare la cittadinanza nazionale con quella planetaria. Sorge, infatti, una questione molto importante: la convivenza tra i cittadini di uno Stato e coloro che vi emigrano. Negli anni passati, tale convivenza era ancora più difficile a causa dei pregiudizi nei confronti dello “straniero”: gli immigrati sono stati sempre emarginati e discriminati, perché considerati diversi. Gli ordinamenti giuridici attuali, come anche il nostro, garantiscono accoglienza e tutela agli immigrati, i quali hanno anche la possibilità di acquisire la cittadinanza del paese in cui emigrano. Tuttavia, le discriminazioni sono sempre presenti: sono molti i casi di marocchini o rumeni vittime di aggressioni o costretti a lavorare in nero e sottopagati. L’integrazione è difficile da realizzarsi sia perché i paesi ospitanti sono diffidenti verso i nuovi arrivati, sia perché gli immigrati sono poco propensi ad adeguarsi alle leggi e agli usi del paese in cui approdano.
Serena Ascione

